Vino dealcolato, Terre Cevico c’è

Fra la minaccia Usa di imporre dazi e l’evoluzione delle abitudini dei consumatori il mondo del vino sta vivendo una fase importante: Terre Cevico, una delle eccellenze del settore e non solo a livello italiano, la sta affrontando con successo, avendo chiuso il bilancio 2023-24, il primo da cooperativa di primo grado, con 206 milioni di fatturato, facendo segnare un + 5,1 % rispetto al precedente, un utile netto di 1,6 milioni e un plusvalore per gli oltre mille soci di 8,2 milioni. Col presidente Franco Donati abbiamo affrontato gli aspetti più interessanti e attuali del settore vinicolo e quali sono le strategie della cooperativa lughese.

Cominciamo con l’ipotesi che gli Usa impongano dazi fino al 200 % sulle importazioni di vini e prodotti alcolici.

«Non nascondo che la questione ci preoccupa perché noi esportiamo negli Usa vino con le nostre controllate Ermete Medici e Montresor per un fatturato di 7-8 milioni di euro. E le conseguenze cominciamo a vederle: una banca per concedere un finanziamento come prima cosa ha chiesto quanto esportiamo in America. È su questo elemento che valutano se concederlo o meno. Un’azienda che è in salute con questi dazi rischia di non esserlo più».

Voi come pensate di muovervi?

«Legacoop Nazionale con Cristian Maretti sta facendo pressione sull’Unione europea per chiedere che non imponga dazi di pari valore su gin e whisky americani, per avere un margine di patteggiamento, con una margine accettabile del 5-8 %.  Se invece andiamo a un muro contro muro finisce che ci facciamo male a vicenda e alla fine ci rimettono i produttori e i consumatori, in quella che diventerebbe una classica guerra fra poveri».

Lei è presidente dal 2 gennaio 2024, il giorno successivo al passaggio di Terre Cevico da consorzio a cooperativa di primo grado. Come è andato questo primo anno? 

«Intanto va detto che trasformarci in una cooperativa di primo grado era un passaggio necessario anche se nei suoi 60 anni di storia Terre Cevico ha operato benissimo. Però quando il mondo cambia bisogna capire che è il momento di adeguarsi: è un processo faticoso e ci siamo ancora dentro perché nonostante le cose vadano bene resta qualcosa da mettere a posto».

E dal punto di vista delle cifre?

«Siamo contenti perché abbiamo chiuso con un utile che non era mai stato fatto prima, 1 milione e 600 mila euro, esportiamo in 90 paesi e le banche ci danno fiducia. Abbiamo poi concluso operazioni sulle controllate, passando dal 70 al 90 % in Medici Ermete, che quest’anno metterà in archivio il fatturato più alto della sua storia».

Un giudizio sull’annata.

«È positivo. Ci sta dando una mano il mercato perché il vino sfuso, che per noi è un prodotto strategico, da due anni mantiene prezzi interessanti. Abbiamo investito molto sugli spumantizzati, mentre un prodotto in controtendenza è il brick, soprattutto nelle confezioni da 0,25 e 0,50 centilitri, col quale stiamo crescendo nella grande distribuzione. Un capitolo a parte merita il vino rosso, per il quale sta cambiando la modalità di consumo: da un prodotto a 14 gradi i consumatori si stanno orientando su uno più ‘fresco’ da 11,5-12 gradi».

E le bollicine?

«Stiamo investendo molto sui nostri prodotti, che hanno come base le uve trebbiano: abbiamo diversi progetti in campo e mettendo assieme tutta la nostra produzione di spumantizzati produciamo circa 14 milioni di bottiglie».

Ci sono segnali di un cambiamento del modo di consumare il vino?

«Sì. A parte l’impatto delle nuove regole rigide del codice della strada, va anche detto che i giovani in discoteca in genere non bevono vino. Poi dal punto di vista promozionale le pubblicità dei superalcolici cercano tutte un impatto positivo: per esempio, di solito non consigliano di bere con moderazione al contrario di quello che facciamo noi con la nostra pub-
blicità del San Crispino. Per questo dobbiamo essere bravi sia a produrre vino sia a comunicare che mentre un tempo era solo un alimento oggi è un modo di convivere e socializzare. E che non può essere condannato come il male assoluto perché, come ogni cosa, tutto dipende dalla quantità che si consuma». 

E veniamo al vino dealcolato…

«È una fetta di mercato che noi come produttori di vino non possiamo ignorare, sia venga ottenuto col metodo dell’evaporazione sottovuoto, sia utilizzando membrane o per distillazione. Al Vinitaly presentiamo una gamma di vino a 8 gradi, non ‘zero alcol’ ma ‘low alcol’ quindi, in lattine. Sono prodotti destinati a prendere piede sia per un approccio salutista o per il rispetto del codice della strada e ancora per esigenze dietetiche. Ora dealcoliamo in Germania perché in Italia il decreto è uscito solo pochi mesi fa e al momento le aziende che hanno investito su questa tecnologia non ce ne sono perché richiedono investimenti di 4-5 milioni».

Il vostro dealcolato è Zefiro.

«Il vento della mitologia greca… Lo proponiamo sia spumantizzato sia fermo. Ma come ho detto sono i prodotti low alcool, a 8-9 gradi, quelli su cui c’è molto interesse perché coprono una fascia importante di clienti. Uno spumantizzato a 5,5 gradi che abbiamo presentato l’anno scorso a Vinitaly ha avuto molto successo e credo perché viene percepito al gusto come vino e non come un analcolico».

Quali sono i piani per il futuro?

«A parte la questione del reperimento di manodopera, che sta diventando un problema per tutte le aziende, la  nostra strategia è di puntare a rafforzare il mercato estero, che può crescere ancora, nonostante esportiamo già in 90 paesi con un fatturato di 71 milioni. La sensazione è che l’Italia, nonostante fatturiamo 81 milioni di cui 54 nella grande distribuzione e il restante sul canale Horeca, sia un mercato saturo.Per l’export, il problema è che il primo consumatore mondiale di vino è l’America e qui si torna al discorso dazi».

Intervista tratta dal n.3/2025 della rivista La Visione Cooperativa

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