Il presidente americano Donald Trump, con il suo profluvio di decisioni, ha l’irritante caratteristica di rendere obsoleto o perlomeno superato da eventi più stuzzicanti qualsiasi commento. Malgrado ciò, un osservatorio sulle tendenze della comunicazione non può esimersi dal puntare l’attenzione sulla ‘crociata’ contro le parole e le immagini che rimandano più o meno direttamente a concetti come inclusione e diversità. Un capitolo della montante offensiva dei conservatori a stelle e strisce (ma non solo) contro il ‘politicamente corretto’. Con l’annesso paradosso che la lotta per la libertà di parola assoluta si trasforma sostanzialmente in censura. Pensiamo alla cancellazione dagli archivi del Pentagono di 26mila immagini ‘sensibili’. Una ghigliottina che ha colpito addirittura la foto del bombardiere Enola Gay, quello che sganciò la bomba atomica su Hiroshima.
Con poca intelligenza ( artificiale) sotto la forbice del censore è finito l’esecrando termine anche se non ha nulla a che fare con tendenze sessuali, ma è solo il nome della madre del pilota. Il furore trumpiano contro ogni termine che odori di diversità è sicuramente gradito dal suo elettorato, ma cozza evidentemente non solo con la sensibilità culturale di una fetta di opinione pubblica, ma con la stessa realtà del paese. Secondo un’indagine Gallipoli citata dal Sole 24 Ore, un americano su dieci si identifica oggi con la categoria lgbtq+, una percentuale doppia di quella di appena un decennio fa. E se il fronte conservatore radicalizza le sue posizioni, quello progressista si sente minacciato e inasprisce la contrapposizione. Si viaggia pericolosamente verso l’incomunicabilità totale. Non è certo un caso che serie tv e film hollywoodiani cavalchino la narrazione della guerra civile.